Articolo scritto da Lorenzo Bagnoli per Orizzonte Universitario (www.orizzonteuniversitario.it) sul viaggio in Senegal di Aprile 2009.
La seconda volta, spesso è una pallida imitazione della prima. Soprattutto durante un viaggio che ripercorre tappa per tappa un percorso già battuto. Ma in questo caso è diverso; è diverso perché l’Africa non si lascia senza ammalarsi di nostalgia. È diverso perché si continua un progetto, con l’aspirazione di dare una direzione al mondo.
L’industrializzazione travolge come un fiume tutto quel che incontra. E laddove dirompe improvvisa l’effetto è ancora più evidente. Dakar cambia il suo volto come se fosse una maschera. Continue Reading »
Qui sotto il testo del video diffuso da Israel Social TV che riprende una manifestazione contro la guerra avvenuta pochi giorni fa in Israele.
Nel 2002 mi rifiutai di essere richiamata alle armi.
Non volevo partecipare a nessun ruolo d’appoggio, perché rifiuto di aiutare l’occupazione in qualunque modo. Non penso ci sia un modo di prestare servizio in un esercito il cui unico scopo e occupare un’altra nazione, nemmeno in presunti ruoli sociali destinati alle donne. Ho voluto unirmi ai nuovi obiettori di coscienza che rifiutano di combattere a Gaza. Penso che il potere dei refusenik [obiettori di coscienza] sia enorme: noi dobbiamo dire che non accettiamo di commettere questi crimini, non ci metteremo il nostro nome. Non commetteremo crimini di guerra, non bombarderemo bambini, non cacceremo la gente dalle loro case. (Noa Kaufman, studentessa dell’Università di Tel Aviv)
Sabato scorso ho ricevuto il richiamo alle armi per presentarmi il mattino seguente a prestare servizio. Ho rifiutato. Sono andato là e ho detto al mio comandante che rifiuto. di combattere. L’esercito adesso deve decidere cosa fare con me. Non posso allontanarmi e in qualunque momento possono processarmi. Ho già preparato la borsa a casa, con libri e tutto ciò di cui si ha bisogno in prigione. (Noam Livne, ufficiale di riserva, membro di Courage to Refuse; imprigionato nel 2001 per essersi rifiutato di prestare servizio nei territori occupati)
Questa settimana ho parlato col mio comandate di brigata, ha telefonato per dire che non c’è ancora nessun avviso ma che voleva verificare la mia disponibilità. Gli ho risposto che se vengo richiamato probabilmente rifiuterò. (Eric Diamant, soldato di riserva, membro di Courage to Refuse)
Partecipo a questa protesta per incoraggiare più soldati e coscritti a rifiutare la chiamata alle armi. Sono qui per dare coraggio a più madri e padri, affinché dicano ai loro ragazzi costretti dalla legge a servire nell’esercito, di prestare attenzione a ciò per cui sono chiamati a combattere. (Racheli Merhav, dimostrante)
Questa protesta è diversa per la sua composizione sociale, è insolita e un po’ più moderata, e i riservisti che sono qui in compagna degli altri mandano un segnale a quei soldati che prendono in considerazione la loro linea di condotta ma sono meno sensibili ai più tradizionali appelli della sinistra. Imploro i soldati in prima linea a Gaza oggi, e i riservisti lì vicino che stanno preparandosi ad andarci, di fare ciò che devono fare, specialmente quelli che sentono di essere in torto, quelli che sentono di stare commettendo un errore, quelli che sentono che la loro ubbidienza, fedeltà e volontà di fare il proprio dovere sono state manipolate. Io chiedo loro di rifiutarsi. Dite no. Ciò ha un prezzo, non da poco, specialmente un prezzo personale, ma questa è la cosa giusta da fare. (David Zonsheine, ufficiale di riserva, membro di Courage to Refuse)
Penso che il lavaggio del cervello in questo Paese, che comincia alla scuola materna, funzioni e si metta alla prova specialmente in tempo di guerra. A 18 anni entri nell’esercito insieme a tutti i tuoi amici. Ti dicono che sei un eroe, ci sono raccolte di fondi per te, hai l’intera nazione dietro… così quelli che non contestano si arruolano, ma è uno sbaglio e alla fine lo capiscono. Lo dimostra il numero di riservisti richiamati a combattere che si rifiutano di partire. (Noa Kaufman, studentessa dell’Università di Tel Aviv).
Ho sentito di sempre più gente che rifiuta di prendere le armi, si trovano a vari livelli, certi attendono l’addestramento, certi pensano ancora a cosa fare. Ho fatto delle telefonate al riguardo e se questa guerra continua sono certo che ci saranno più obiettori. (Noam Livne, ufficiale di riserva, membro di Courage to Refuse)
Coraggio per combattere, sì, coraggio per difendersi, sì, ma coraggio di rifiutare? Questo è tradimento. Non esiste una tal cosa “coraggio di rifiutare”. (civile contrario alla protesta)
- Io credo che esiste. (manifestante)
- Nell’idealismo, non qui. Qui noi dobbiamo vivere, con l’idealismo tu non vivi. Se tu non avessi avuto un esercito non saresti in grado di camminare qui attorno.
Serve tanto coraggio per uscire fuori dalle righe e dire: “Mi dispiace, basta, questo non lo farò, a questo non voglio partecipare, questo non verrà fatto in nome mio.” (Racheli Merhav, dimostrante)
Sono stato arruolato per quatto anni come ufficiale da combattimento. Sono stato a Gaza, sono stato in Libano, ho ordinato imboscate, ho avuto il comando di postazioni, ho combattuto i terroristi, sono stato colpito dai mortai, mi hanno sparato, e ho fatto tutte quelle cose paurose che fanno i militari e dico questa cosa qui con tutto il cuore: per rifiutare di combattere ho avuto bisogno di più coraggio. Perché in tutte quelle cose che ho fatto mentre prestavo servizio ero attorniato da un gruppo di uomini che faceva la stessa cosa, ero in un situazione talmente gregale che quelle cose parevano normali. Così dico qui con tutto il cuore che mi c’è voluto più coraggio per rifiutarmi che per fare tutte quelle cose che ho fatto sotto le armi. Invito tutti i soldati, piloti, officiali e chiunque altro prenda parte a questa guerra a cercare questo coraggio dentro di sé. (Noam Livne, ufficiale di riserva, membro di Courage to Refuse)
Credo che nel nome della legge, i soldati oggi devono prendere parte a qualcosa che poi non saranno capaci di sopportare, se ritornano vivi da questa guerra. (Racheli Merhav, dimostrante)
Il tiro intenzionale e l’attacco contro i civili è illegale e proibito. L’obiezione non è soltanto morale ma piuttosto un obbligo di legge quando è conseguenza di ordini illegali (Michael Sfard, avvocato, esperto di diritto umanitario internazionale)
Ero un pilota di caccia operativo e capitano di Black Hawks [elicottero d'assalto]. Circa cinque anni fa noi abbiamo scritto La Lettera del Combattente con la quale ci siamo rifiutati di partecipare ai crimini di guerra dell’esercito e dell’aviazione nei territori occupati. La gente mi dice cose come: “Empatia e compassione sono parole da civili, da lasciare a casa prima di andare in servizio attivo.” E questo spiega come si possa bombardare una scuola, come si possa bombardare l’università islamica a Gaza. Ad un tratto ho compreso come ogni genere d’orrore sia potuto accadere nel corso della storia, al nostro popolo e ad altri popoli. Brave e buone persone si trasformano in criminali di guerra d’incredibile efferacia. Non è possibile bombardare e uccidere civili in quantità e aspettarsi che tutto continui come prima, che andremo a raccontare ai nostri amici e parenti di essere un po’ di sinistra e un po’ di destra, a guardare Erets Nehederet [un varietà televisivo] e a mettere nostra figlia a dormire. Non potrà davvero andare avanti per sempre tutto ciò. (Joanthan Shapira, pilota della riserva, Capitano di Black Hawk, obiettore)
In proporzione parlare di 600 morti a Gaza è come dire 3000 morti in Israele. Se ci fossero stati 3000 morti in Israele e decine di migliaia di feriti cosa sarebbe accaduto alla gente qui? Quale tipo di odio avrebbe seminato? Quale tipo di reazione avrebbe fatto scattare? Razionalmente, politicamente, in qualunque modo lo si guardi, ciò che questi bombardamenti fanno è preparare anni e anni di lotte, di sangue, di sofferenza e alla fine ognuno di questi razzi tornerà a cadere su Sderot e altre città del sud, perché è impossibile basare la sicurezza di Sderot sulla sofferenza di Gaza. (Noam Livne, ufficiale di riserva, membro di Courage to Refuse)
Nella società il vero coraggio e quello di fare obiezione, questo coraggio nasce da una condizione molto difficile, dove tutti dicono una cosa e tu ne fai un’altra, perché tu solo ci credi. Questo è il vero coraggio. E a tutti quelli che pensano che non c’è bisogno di coraggio per rifiutarsi di combattere, suggerisco semplicemente di provarci e vedere cosa succede. (David Zonsheine, ufficiale di riserva, membro di Courage to Refuse)
I recenti bombardamenti da parte di Israele nella striscia di Gaza, stanno commuovendo il mondo intero, in primo luogo per la quantità di vittime, in secondo luogo per le conseguenze che può dare un escalation bellica, in un mondo che si trova sull’orlo di un disastro nucleare.
La pretesa da parte di Israele, di giustificare questo sanguinoso bombardamento, come parte di una lotta contro gli attacchi di Hamas, non è altro che un nuovo tentativo di voler rendere valido un massacro, per mezzo dell’ipocrita e irrazionale argomento con il quale i prepotenti guerrafondai stanno portando il mondo verso l’ecatombe.
Bisogna ricordare ancora una volta che la crescita del terrorismo negli ultimi tempi è stata in buona parte una conseguenza e una risposta, violenta e anche irrazionale, nel quadro di una spirale di abusi da parte delle potenze belliche verso nazioni più deboli. In questo contesto, pretendere di differenziare la violenza degli eserciti formali, che opprimono e massacrano popoli interi, dalla violenza terroristica che semina morte e orrore, come se la prima fosse legale ed ammissibile e la seconda illegale e riprovevole, fa parte della grande ipocrisia della politica internazionale.
Nel minuscolo territorio della striscia di Gaza vivono, o tentano di sopravvivere, più di un milione e mezzo di palestinesi, cercando di lavorare per quanto possono nella stessa Israele, e sussistendo grazie agli “aiuti umanitari” dell’ONU. Il recente blocco da parte di Israele, con il pretesto di considerarlo territorio ostile perché ospita il terrorismo di Hamas, ha mostrato fino a che punto si cerca di mantenere questa popolazione sotto un permanente ricatto tra premi e castighi. In questa situazione, non ci dobbiamo sorprendere quindi dell’appoggio che i violenti possono avere tra la popolazione.
È bene ricordare anche che la Striscia di Gaza è un territorio che apparteneva all’Egitto, e che Israele ha occupato 40 anni fa, fino a che recentemente è passata a formare parte del territorio controllato dall’Autorità Nazionale Palestinese. Questa forma di procedere, di invadere territori, sia per installarsi definitivamente, che per poi negoziare lente ritirate in cambio di mantenere il controllo e il potere in qualche forma, è la stessa cosa che fanno gli USA e i loro alleati per disciplinare il mondo e gestire le sue risorse naturali.
Non bisogna sorprendersi allora, che di fronte a tali prepotenti azioni, sorgano reazioni ogni volta più mostruose, in seguito alle quali a loro volta i potenti cercano di giustificare l’aumento della loro arroganza, alimentando il circolo vizioso della violenza che ci può portare rapidamente ad una catastrofe nucleare, visto che la maggior parte degli attori dei conflitti in corso nel mondo sono potenze nucleari. E non si deve dimenticare che l’attuale crisi economica internazionale fa diventare più pericoloso l’arrogante, che può trovare nella guerra una “soluzione politica” di una situazione che è sfuggita al suo controllo.
Di sicuro tutti i conflitti del mondo potrebbero essere risolti pacificamente, a condizione che si avanzi verso la concezione di una Nazione Umana Universale, nella quale tutti i paesi si occupino di assicurare che ogni popolo possa svilupparsi, ed abbia un territorio dove lavorare in pace, senza pressioni o ricatti. Bisogna comprendere anche che l’intolleranza culturale e religiosa sono forme di violenza a partire da cui si suole giustificare, con logica irrazionale, le escalation di violenza fisica. Molte cose si dovranno fare perché i popoli prendano coscienza che in un mondo di intolleranza e di ingiustizia, nessuno potrà vivere in pace. Ma in questa presa di coscienza bisogna iniziare dalle cose più urgenti: decomprimere le situazioni di estrema tensione, e disarticolare i fattori di pressione e ricatto.
Per questo, è fondamentale e prioritario che, in tutto il mondo, le forze d’invasione si ritirino dai territori occupati, e che si inizi subito il disarmo nucleare.
In questo caso particolare, non solamente Israele dovrebbe smettere di attaccare immediatamente il popolo di Gaza, ma in più dovrebbe rivalutare la sua politica intransigente e oppressiva verso il popolo palestinese. Il popolo palestinese, a sua volta, dovrebbe prendere coscienza che è necessario cercare una soluzione attraverso alleanze di pace con altri popoli del mondo, e smettere di credere nell’ostinazione suicida dei violenti.
Parla Jan Tamas, leader del movimento nonviolento contro le basi in Repubblica Ceca.
L’accordo per l’installazione di una base radar in Repubblica Ceca, come parte del progetto statunitense di difesa missilistica, firmato a luglio dal governo ceco, deve ancora essere ratificato dal parlamento.
Intervista a Jan Tamas portavoce del coordinamento Ne zakladnam contro le basi militari USA in Repubblica Ceca e Presidente del Partito Umanista ceco.
Qual e’ la situazione in Repubblica Ceca?
Il 19 ottobre si sono svolte le elezioni regionali e i partiti di destra attualmente al governo hanno subito una sonora sconfitta. I Verdi, che sostengono il governo e appoggiano il progetto dello Scudo Spaziale, non sono riusciti a superare lo sbarramento, mentre Socialdemocratici e Comunisti, contrari alla base radar, hanno registrato un grande successo. Il voto serviva anche a rinnovare un terzo del Senato e anche qui la maggioranza dei nuovi eletti e’ costituita da oppositori della base.
Come ha reagito il governo?
Tentando di forzare i tempi della ratifica da parte del Parlamento dell’accordo con gli Stati Uniti. Nel totale silenzio dei Mass Media, il governo ha cercato di indire la votazione per gli ultimi giorni di ottobre, prima dell’insediamento dei nuovi eletti, ossia facendo votare un parlamento sfiduciato dagli elettori.
Come hanno risposto l’opposizione e il movimento di protesta?
Appena ci siamo accorti del tentativo di colpo di mano, ci siamo messi in contatto con i leader dell’opposizione, concordando con loro una strategia di ostruzionismo in Parlamento, con l’obiettivo di far saltare i tempi per la votazione. Abbiamo poi scritto una lettera a tutti i deputati e senatori, chiedendo loro di non farsi complice di questa manovra e di votare secondo coscienza e non per obbedienza al partito. Abbiamo anche indetto una serie di manifestazioni davanti al parlamento e chiesto alle altre organizzazioni europee con cui siamo in contatto di mandare lettere di protesta all’ambasciata ceca nel loro paese.
Ha funzionato?
Si’: non si e’ votato ne’ alla Camera ne’ al Senato e il Primo Ministro ha annunciato di voler prolungare di altri 60 giorni il dibattito. La nostra speranza e’ che il nuovo Senato respinga ora il trattato. Abbiamo vinto una battaglia importante, ma dobbiamo continuare a mantenere la pressione.
C’e’ stata qualche reazione da parte degli Stati Uniti?
La solita arroganza: il generale Henry Obering, capo dell’Agenzia Americana per la Difesa Missilistica, ha dichiarato che i piani degli Stati Uniti andranno avanti e che non si aspetta cambiamenti di rotta qualunque sia l’esito delle elezioni americane. Non e’ neanche parso preoccupato che la crisi finanziaria possa costringere il governo americano a togliere i finanziamenti al progetto dello scudo.
Quali sono le vostre prossime iniziative?
Il 10 novembre organizzeremo un incontro con i sindaci della regione dove dovrebbe essere installato il radar e una conferenza al parlamento ceco, a cui partecipera’ anche l’europarlamentare Giulietto Chiesa. E’ molto importante per noi far sentire qui la voce dell’Europa, visto che il nostro paese assumera’ la prossima presidenza del Consiglio dell’Unione Europea.
Informazioni e aggiornamenti sulla protesta verranno pubblicate nel sito www.nonviolence.cz
sul sito anche la petizione contro lo scudo spaziale che ha raggiunto 140.000 firme.
l parlamento boliviano ha votato a larga maggioranza la legge che approva le modifiche costituzionali e permette la convocazione del referendum sulla nuova costituzione per il 25 gennaio 2009.
I tre principali partiti, il Mas del presidente Evo Morales, l’Un e Podemos, avevano annunciato l’intesa che permetteva di raggiungere in parlamento la richiesta maggioranza dei due terzi ma a sbloccare il braccio di ferro in aula fra il Mas e l’opposizione guidata dai parlamentari del gruppo di destra Podemos eletti nella regione di Santa Cruz ci hanno pensato 200 mila campesinos che il 21 ottobre hanno occupato La Paz.
Mentre in parlamento iniziava il dibattito conclusivo sulla legge, una folla di campesinos appartenenti alle 36 comunità autoctone boliviane, dopo aver percorso a piedi 150 chilometri in otto giorni, raggiungeva la capitale e occupava piazza Murillo, la piazza sulla quale si affacciano il palazzo presidenziale, il parlamento e la cattedrale; occupavano il cuore politico della capitale a sostegno della costituzione varata da Morales e approvata nel dicembre scorso dal solo Mas e per l’approvazione della legge che raccoglieva le modifiche e ne permetterà l’adozione attraverso il referendum.
Molti campesinos provenivano da regioni come quelle di Santa Cruz, Tarija, Pando e Beni, fra le regioni separatiste che, sobillate dell’imperialismo americano, hanno inutilmente tentato di staccarsi dal controllo del governo centrale. Per tutto il pomeriggio e la notte del 21 ottobre i 200 mila dimostranti sono rimasti nella piazza; sul palco si avvicendavano gruppi etnici esibendosi in balli, canti e musiche ma i campesinos tenevano sotto controllo soprattutto la sede del congresso dove la discussione andava avanti a oltranza.
Un assedio che cessava solo dopo che all’alba del 22 ottobre il parlamento raggiungeva l’accordo.
Il gruppo degli oppositori di Santa Cruz era rimasto isolato nel tentativo di bloccare il nuovo testo concordato della costituzione e quindi il referendum di approvazione. L’ultimo nodo sciolto, che ha consentito il via libera dei due terzi dei parlamentari, è stato quello riguardante la questione della rielezione del presidente della repubblica; secondo la versione approvata nel dicembre scorso dal Mas, un candidato poteva essere rieletto due volte a partire dall’entrata in vigore della nuova costituzione nel 2009. La norma puntava a permettere a Evo Morales, eletto nel 2005, di potersi ripresentare per altri due mandati presidenziali. Morales ha fatto un passo indietro e ha accettato di modificare il paragrafo che prevede la possibilità di rielezione per un solo mandato. Le elezioni presidenziali si terranno alla fine del 2009.